Storia di un ranista della squadra Master che non si è mai
stancato di inseguire i propri sogni ……………………………………………………………………………… di Carlo
Colombo
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Quando mi è stato chiesto di scrivere un articolo su Emiliano Gallazzi detto Gallazzino, ranista iscritto alla squadra Master della Busto Nuoto, bronzo ai mondiali di categoria disputati a Perth, in Australia, dal 17 al 27 aprile scorso, conoscevo il personaggio perché era stato il mio preparatore atletico. Preparatore atletico per modo di dire, dal momento che ho disertato troppe sedute, preso com’ero da altre faccende. Ero poi venuto a sapere dei suoi successi australi. Ricordai allora di quando lo conobbi, nell’estate 2006, di ritorno dagli Stati Uniti, dove aveva appena fallito il medesimo traguardo. Alla fine, mi sono detto, ce l’ha fatta. Ma una domanda impertinente mi ronzava per la testa: chi glielo ha fatto fare? Chi glielo ha fatto fare di andare fin laggiù (down under, dicono gli anglofoni) per una gara di nuoto? Che se ne fa di una medaglia? Niente soldi, niente profitti. Anzi, ci rimette pure di tasca propria. E tutti quegli allenamenti! Che voglia! E già un poco lo ammiravo.
Quando infine ci
siamo rivisti per l’intervista, in piscina, guarda caso, l’ammirazione
per quel maciste sognatore è cresciuta poco a poco. “La inseguivo da
quattro anni”, mi dice tenendo in mano la medaglia, sul cui retro ha fatto
incidere il suo nome, la distanza, la specialità e il tempo registrato. Quello
che Emiliano Gallazzi ha coronato è un sogno che
viene da lontano. “Sono partito il 14 aprile con una squadra di Brescia –
spiega, – la Thatua Dé, in cui ho
alcuni amici. il 19 disputo la prima gara, i 100 rana,
che non è la mia distanza. Pago il fuso orario e arrivo ottavo. Il 21 aprile i
50 rana, mi sono rifatto con gli interessi. Da due anni seguo una preparazione
fisica mirata sotto la guida di Paolo Villa; due anni per percorrere una vasca
di
Nella scala di valori di Emiliano, come in quella di molti velocisti, il tempo occupa una posizione di indubbio rilievo. Per lui, lo stesso si può dire della tenacia, della costanza, della caparbietà: “Il nuoto mi ha dato una disciplina, uno stile di vita. Ho iniziato a nuotare quando avevo cinque anni, su consiglio del pediatra, perché ero un bimbo molto gracile”. Visto oggi, si stenta a crederlo. Forse è per questo che gli è rimasto addosso quel diminutivo, penso, il Gallazzino. Lo lascio continuare. “Sempre sollecitato dai miei genitori, dai corsi sono passato all’agonistica. Non che avessi un talento naturale, tutt’altro. Facevo molta fatica. Colpa della magrezza. Con l’inizio dell’università mi ritirai e alla piscina sostituii la palestra. Volevo farmi i muscoli. Presi a sollevare pesi in maniera febbrile. A 25 anni la mia massa muscolare mi aveva trasformato. Decisi che era arrivata l’ora di togliermi qualche soddisfazione con il nuoto. Dapprima provai con gli agonisti, ma fu un disastro. Non controllavo più la mia muscolatura, cosicché quanto imparato in precedenza non mi servì a nulla. Fu come ricominciare da capo e intanto il tempo passava senza vittorie, senza soddisfazioni. Così, Gianni Leone, direttore tecnico della Busto Nuoto, mi suggerì di passare alla categoria Master, dove il nuoto è vissuto a livello amatoriale e i rivali sono meno concorrenziali”.
Nell’atmosfera più
rilassata dei Master il Gallazzino trova la sua
dimensione e con essa il primo successo, nel 2002, con
il titolo nazionale. Ma solo un anno dopo le cose
della vita gli impongono una frenata. I problemi di salute della madre
incidono, in ultimo, sulle prestazioni e il biennio
Una buona parte dei suoi successi Emiliano li deve proprio ai suoi genitori, che dopo averlo indirizzato al nuoto, lo hanno incoraggiato a inseguire i propri sogni. Capita però spesso che i sogni abbiano un prezzo e Emiliano questo prezzo lo ha pagato con la rinuncia ad una famiglia propria: “Lo sport impone costanza, allenamenti frequenti. La mia ragazza per un po’ lo ha accettato, poi non più. Si è sentita trascurata e ha scelto di andarsene. Non la rimprovero, anzi la comprendo. Anch’io avevo fatto una scelta”. Gli chiedo se non sia pentito, se, con il senno di poi, rifarebbe tutto. La famosa domanda: ma chi te l’ha fatto fare? “Certo, me lo chiedo anch’io se ne sia valsa la pena. In fondo, questa – e soppesa la medaglia mondiale – non è che un pezzo di metallo. Una volta appesa a una parete lì resta. Non è niente rispetto a quello per cui ho dovuto rinunciare. Eppure rifarei tutto. Lo rifarei per me, egoisticamente. Lo rifarei per i miei genitori”. Un attimo di silenzio per intercettare la mia perplessità. Poi riattacca: “La verità è che quando sono in acqua è come se mettessi la testa da parte: non conosco ansie, preoccupazioni. Sento solo l’ovattato sciabordio dell’acqua, la sensazione primordiale che questo elemento mi pervada, mi entri sottopelle. È a questa illusione che non voglio rinunciare”.
Fuori dall’acqua, nella vita di tutti i giorni, Emiliano Gallazzi si guadagna da vivere facendo analisi chimiche presso il laboratorio Tagos di Busto Arsizio. Con il suo datore di lavoro ha concordato un orario flessibile: otto ore giornaliere da gestire come crede. Nel dopolavoro Emiliano va in palestra, poi in piscina, per inseguire il suo prossimo traguardo: una medaglia, magari d’argento, alle olimpiadi del 2009, che si disputeranno ancora in Australia, a Sydney: “Così avrò modo di vedere anche la costa orientale. Mi è proprio piaciuta l’Australia! Nei giorni dopo la gara ho fatto un po’ di vita da spiaggia. Mi piace il loro life style, molto incentrato sullo sport e sulla responsabilità individuale. Loro hanno capito che si può vivere tanto più liberamente quanto più nel rispetto delle regole. Questo dovremmo capirlo anche noi, per diventare dei veri cittadini, per darsi degli obbiettivi chiari e avere la costanza di perseguirli. Questo dovrebbe essere lo sport”.